Nel Paese delle Meraviglie: Il Parco del Dopolavoro Ferroviario

Ci capitai per caso, per una di quelle fortunate coincidenze che d’improvviso ti spalancano nuovi mondi.

Io e cane esploravamo zone nuove della città nella nostra passeggiata post pranzo, e poco prima del ponte di via Stalingrado intravedemmo dietro un cancello aperto quello che aveva tutta l’aria di essere un treno a vapore. Eh sì, era ASSOLUTAMENTE un treno a vapore! Decisi che l’incontro meritava di essere approfondito…ancora non lo sapevo, ma stavo per entrare in un luogo incantato, nonostante il suo nome prosaico: il Parco del Dopolavoro Ferroviario. 

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Complice il freddo dell’ultimo inverno e l’ora sonnacchiosa del primo pomeriggio, il Parco era deserto: il campo da tennis, l’area giochi per i bimbi, la piazza centrale dove torreggiava nella sua bruttezza quasi seducente una gigantesca fontana in cemento…in giro non c’era un’anima. Era come ho sempre immaginato debba apparire una città evacuata all’improvviso e poi dimenticata; un’atmosfera di sogno, dove tutto languisce in una profondissima malinconia, una bella addormentata che attende un bacio per ridestarsi.

Mi prese una di quelle malinconie belle, quelle che ti vengono per i luoghi che vedi per la prima volta e subito ti sembrano familiari, come se una parte di te li avesse attesi e covati da sempre. Camminavo lentamente, con il timore reverenziale che riserviamo ai luoghi sacri, e intanto mi imbattevo in un vecchio cinema sventrato per metà (ma che poi ho scoperto essere ancora molto attivo d’estate), in panchine di dubbio gusto con poggioli a testa leonina, in colonne completamente inglobate da cespugli affamati che le avevano volute inghiottire; e poi ancora coloratissimi graffiti (sto sviluppando un amore folle per la street art), cavallini a molla immobili e rilucenti tra le lame di luce che filtravano dagli alberi, muri e cancelli completamente ricoperti da rampicanti…mi sentivo così morbosamente avvinta da questa bellezza decadente che faticai a trascinarmi fuori. E poi, fu come se l’incanto si spezzasse di colpo, e mi ritrovai fuori nel traffico di via Stalingrado.

Dopo sono ritornata diverse volte al Dlf (come lo chiamano gli “habitué”), conserva lo stesso fascino ma non ho più ritrovato l’emozione della prima volta.

Nel frattempo ho scoperto quello che tutti i bolognesi sanno: che lungi dall’essere un posto abbandonato, il Dlf è votato a tantissime attività: vi si tengono corsi di tennis, tornei di calcetto, si riuniscono associazioni sportive e culturali, si tengono concerti e chi più ne ha più ne metta.

E in fondo uno degli aspetti che amo di questa città sono proprio i suoi volti mutevoli e i segreti che sceglie di versarci a piccoli sorsi, per non farci ubriacare di lei subito e troppo in fretta.

 

 

 

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