Il Raum e l’Arte incompresa (da me)

Dovete sapere che da qualche anno mi atteggio a persona di larghe vedute artistiche e intellettuali, e i nuovi orizzonti della mia apertura mi hanno portato ad esplorare il vastissimo e intricato mondo dell’Arte Contemporanea. Mi ci affaccio con quel senso di rispetto e timore che si deve a ciò che è ancora sconosciuto e misterioso: leggo articoli, cerco di individuare le varie correnti e tenere a mente il nome degli artisti, frequento mostre, ma…niente. Tutto quello che ricade sotto la categoria di “arte contemporanea” mi rimane estraneo e mi suscita però emozioni forti e altalenanti: talvolta davanti a un mucchio di mattoni accatastati alla rinfusa a cui una semplice targa con nome ha conferito la dignità di opera d’arte provo una rabbia incontenibile, mentre un gigantesco tronco morto a cui sono stati appesi oggetti personali mi comunica una profonda malinconia pur non riuscendo a coglierne il senso…Vi dirò, avevo sempre nutrito la segreta speranza di poter un giorno parlare di arte contemporanea con cognizione di causa e un briciolo di conoscenza. Invece un paio di mesi fa, durante una serata allo spazio Raum, mi sono finalmente scontrata con i miei limiti intellettivi:

partiamo dal presupposto che il Raum è potenzialmente un posto molto fico che vi consiglio di visitare, quantomeno perché vi si incontra della gente ben strana…no, non solo;  è un ex convento la cui sala centrale ha assunto le fattezze di un cubo totalmente asettico, una perfetta tela bianca sulla quale si muovono artisti che sperimentano forme espressive nuove e a volte fuori dagli schemi. In quell’occasione specifica, a inizio Marzo, era presente una “performer” canadese, tale Bridget Moser, con uno spettacolo di circa un’ora e mezza dal titolo “Things a person is supposed to wonder”: mi infilo nella sala semibuia e dalla fauna di visitatori già percepisco che sarà una serata bislacca: donne magre come acciughe con lampadari appesi alle orecchie; un tizio in tenuta da runner pettinato come un nativo americano con una penna di uccello sulla testa; ragazze e ragazzi con mantelloni demodé e cappelli vintage. Ma mi piace, tra le persone strampalate mi sento a mio agio. E inizia la performance:

appare questa donna un po’ informe con una tutona in ciniglia color ciclamino, che con un tono di voce che passa dall’arrabbiato all’esasperato il cui volume si alza e si abbassa improvvisamente facendoti sentire come sulle montagne russe, racconta in inglese episodi della quotidianità molto strambi e senza alcun apparente filo logico, il cui concetto dovrebbe comunque ruotare attorno a ciò che – secondo le convenzioni sociali o la morale comune – ciascuno di noi dovrebbe domandarsi. Io mi perdo subito, già dai primi minuti, quando afferra la ciambella di un water con stampati sopra dei pesci sostenendo che sono gli unici animali che può permettersi di mantenere. Sì, perché gli oggetti di scena che intervengono nella performance sono quantomeno particolari: dei tappetini del bagno, uno sturalavandini, un appendiabiti…e se li mette tutti addosso, a momenti con rassegnazione, in altri momenti con una veemenza terribile, scuotendosi tutta come una posseduta. Io sono rapita da tanta verve, ma non capisco. Mi sento una cretina perché mi sembra più uno spettacolo di cabaret che altro, e mi aspetto che da un momento all’altro il pubblico esploda in una risata collettiva, invece tutti la fissano concentrati e seri.

Alla fine, non si capisce che è la fine: l’artista si sdraia sulla schiena ed esce strisciando dalla sala, un lombrichetto di ciniglia fucsia. E lì cala un silenzio imbarazzato tra gli spettatori e il terrore che attraversa i pensieri di ognuno è quasi palpabile: “oddio, e se comincio ad applaudire e poi lo spettacolo non è finito, che figura ci faccio?” . Alla fine, qualche temerario sfida il silenzio, poco alla volta tutti iniziano ad applaudire e allora sì, è davvero il momento di spegnere le luci e tirare le somme.

E io una cosa in quel momento, mentre osservo le reazioni a caldo del pubblico, la capisco: che più che sapere davvero qualcosa di arte contemporanea, è importante quanto sembra che tu sappia. L’atteggiamento giusto, badate bene se volete sopravvivere tra questa difficile élite è:

  1. parlare bisbigliando – il che vi permette di darvi un tono sofisticato e al tempo stesso fa sì che se dite una minchiata in pochi se ne accorgano;
  2. ripetere spesso le espressioni “performance eccezionale” e “potenza espressiva inaudita” (e qui è consentito alzare momentaneamente la voce) possibilmente accompagnandole con ampi gesti delle braccia che il vostro interlocutore potrà interpretare liberamente (ovviamente ne ha capito meno di voi);
  3. quando viene enunciata una frase di senso compiuto che esprime un giudizio sullo spettacolo, esibire un sorriso sghimbescio “monnalisesco” che può voler dire “ah, come concordo!!!” così come “vorrei contraddirti, ma sono troppo signore per farlo”, ma che in realtà significa ” non c’ho capito una sega, domani sera briscola”.

Scrivetemi le vostre esperienze con l’arte contemporanea, oppure spiegatemi come faccio a capirne qualcosa di più! 😉

 

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