Passeggiare per Bologna all’alba, tra luce e silenzi

Guardo l’orologio, segna le 06:44. E’ Ferragosto.

A quest’ora, in questo periodo dell’anno, la città è solo dei piccioni e dei netturbini. I primi raggi del sole rivelano poco per volta la facciata maestosa di San Petronio, le vie attorno sono deserti di luce dorata e silenzi, i pochi bar aperti sono oasi verso cui mi faccio guidare dal profumo invitante del caffè.
In questo momento non ho nostalgia delle vacanze appena finite, non mi mancano i viaggi all’estero, non vorrei essere al mare. Voglio solo guardare il sole sorgere su Bologna. E’ un momento perfetto.

Alzarmi così presto in un giorno di vacanza è stato uno sforzo immane, ho ritardato la sveglia un paio di volte. Poi, guardando fuori dalla finestra la notte che rapidamente si faceva giorno mi sono decisa.

Lascio la macchina in via Irnerio, per una volta non fatico a trovare parcheggio. Mi incammino perdendomi, ho le palpebre ancora pesanti e trascino i piedi; non ho una meta precisa, cerco solo di immaginare quali sono i luoghi che vorrei vedere accarezzati dai primi raggi di luce. Finisco per fare una passeggiata di un’ora e mezza:

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Di diverso, questa mattina a Bologna, c’è niente e tutto. C’è che se all’improvviso svuoti le vie e le piazze del centro di ogni fonte di rumore e movimento, il tempo sembra rallentare e riavvolgersi su se stesso e hai la sensazione che la città respiri e che ad ogni respiro si allarghi, rivendicando il proprio spazio.

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C’è poi che tutti i sensi sembrano acuirsi:

la vista, tanto per cominciare. Mi accorgo di dettagli che non avevo notato prima e che in questa luce color del miele mi paiono ancora più preziosi:

le magnificenti sculture dei due elefanti sulla facciata di Palazzo Fantuzzi;

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un decadente appartamento in pieno centro, in strada Maggiore, con i muri scrostati e le imposte divelte che lasciano intravedere un interno da casa infestata;

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le teste in terracotta di Palazzo Bolognini, che mi guardano incuriosite e perplesse come chiedendosi che ci faccio lì;

i vetri delle finestre in cui si specchia il cielo terso di questa mattina, e i giochi di luci ed ombre sulle facciate delle case, dove le silhouettes dei comignoli, da lontano, ricordano buffamente il profilo delle torri;

E poi l’olfatto, che mi porta l’aroma del caffé caldo, di brioches, e quello del pulito chimico dei detergenti per lavare le strade.

E infine sento nitidissimi i pochi rumori che spezzano il silenzio: il respiro un po’ affannato di un corridore particolarmente mattiniero, il parlottìo lontano dei netturbini, lo scrosciare del fiume in via Capo di Lucca, il basso tubare dei piccioni.

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Verso le 7 e un quarto lentamente la città inizia a popolarsi, anche se – sarà una mia impressione – le persone che incontro hanno un incedere lento e il tono di voce smorzato, come se sapessero di muoversi in un’atmosfera di sogno e non volessero turbarla: vedo per primo l’uomo col chow chow, poi il corridore, una coppia di ciclisti, un ragazzo con la valigia, un fotografo che non capisco verso cosa stia puntando la sua macchina fotografica. Sono curiosa, mi piacerebbe fermarmi a chiedere a queste poche vite che attraversano la città all’alba dove stanno andando, da dove vengono, se anche loro – come me – subiscono il fascino della luce e del silenzio in questa città deserta e straordinaria. Vorrei fermarmi, ma adesso il sole è sorto completamente; me lo sento dentro, sulla pelle, nelle gambe. Sorrido a questo nuovo giorno che ho visto nascere, accelero il passo e torno verso casa.

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E questo è stato più o meno il mio itinerario, nel caso in cui vi avanzi un’ora e mezza libera e soffriate d’insonnia 🙂

 

 

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