Humphrey Bogart ha gli occhi a mandorla!

Da poco più di una settimana si è aperta la terza edizione di Foto / Industria, e dopo un mese di spremuta d’occhi davanti ad uno schermo e di autotumulazione in casa causa lavoro mi è sembrata l’occasione giusta per rimettere il naso fuori e vedere se esistesse ancora Bologna. Devo confessarvi che io la fotografia industriale la snobbo da sempre, mi chiedo se valga proprio la pena sprecare un’arte immensa come la fotografia per immortalare un contesto così freddo e asettico come il mondo industriale: fabbriche, macchinari, operai, architetture futuristiche…quindi sì, ero incuriosita dalla rassegna ma, per non farmi del male, son voluta partita con una dose “soft”,  e mi sono lasciata attrarre dai titoli di queste due esposizioni:

  • Yukichi Watabe – Diario di un’indagine
  • Sputnik: l’Odissea del Soyuz 2 – a cura di Joan Fontcuberta (Palazzo Boncompagni)

Non che sia stata una scelta difficile: quando si parla di investigazioni (nel primo caso) e di storie incredibili (nel secondo) con me si vince facile. E in effetti è stata una scoperta piacevolissima, l’approccio giusto per capire che la fotografia industriale non è solo fabbriche e tubi, ma soprattutto il tentativo di catturare l’evoluzione (o l’involuzione?) della comunicazione, del nostro lavoro e del nostro stile di vita.

Ecco perché non dovreste perdere queste due mostre (avete tempo fino al 19 Novembre, non trovate scuse!):

Yukichi Watabe – Diario di un’indagine
(Palazzo Poggi)

Da vedere se…avete nostalgia delle atmosfere di Casablanca.

 

STAKEOUTDIARY_WATABEImmaginate: siamo alla fine degli anni ’50 in un Giappone che inizia appena a riprendersi dalle devastazioni della guerra, ma dove il degrado e la povertà sono ancora pienamente visibili. Nelle periferia di Tokyo, in una cisterna vengono ritrovati un naso, due dita, un pene, e poco distante un corpo parzialmente corroso dall’acido. Ad indagare sul caso arrivano dalla città due poliziotti. Con loro c’è Yukichi Watabe, giornalista freelance e primo fotografo ad avere il permesso di documentare un’indagine poliziesca con un reportage. Il risultato è impressionante: in un’atmosfera fumosa da primo cinema noir l’obiettivo è costantemente focalizzato – come un occhio di bue su un palcoscenico – sul bel detective dagli occhi a mandorla e dal fascino garbato, che la macchina fotografica segue attraverso spazi urbani e rurali, offrendo un incredibile spaccato dei quartieri popolari giapponesi nel secondo dopoguerra (lo scatto in cui si vede la metro di Tokyo deserta ha qualcosa di surreale!).

L’occhio del fotografo è discreto, le inquadrature  dal taglio cinematografico non disturbano gli appostamenti dell’investigatore con i testimoni e le sue interazioni con i testimoni, e al tempo stesso colgono le espressioni cariche di tensione e i momenti di riposo del poliziotto, che con quel cappello calato sulla fronte e quella sigaretta appesa al labbro inferiore pare davvero un Humphrey Bogart in versione nipponica.

 

Sputnik: l’Odissea del Soyuz 2 – Joan Fontcuberta
(Palazzo Boncompagni)

Da vedere se…pensate che la realtà sia un’opinione (ma ancora non sapete quanto!)

FONTCUBERTA-ivanistochnikov21

Ha occhi enormi, Ivan Istochnikov, nel primissimo piano che lo ritrae con la tuta spaziale e che è forse lo scatto più rappresentativo della mostra. Occhi enormi e fieri, lo sguardo di chi sta per compiere un’impresa che rimarrà nella storia. E invece la storia l’ha inghiottito; come spesso accade la ragion di Stato ha prevalso sulla giustizia e sulle vicende umane. Era il 1968 quando la navicella spaziale Soyuz 2, con a bordo Ivan Istochnikov e il cane Kloka, fu lanciata nello spazio dai sovietici. Durante le manovre di aggancio ad un’altra navicella qualcosa andò storto (forse un impatto con un meteorite) e si persero le tracce del cosmonauta, la cui impresa e la cui stessa esistenza vennero da quel momento negate dal governo sovietico, che sostenne sempre che la navetta fosse in realtà automatizzata e perciò senza equipaggio.

Commuovono le foto che ritraggono il cosmonauta bambino e durante il suo matrimonio, mentre scandalizzano due foto di gruppo identiche poste una accanto all’altra: in una delle due è stata eliminata la figura di Ivan in una crudele e sistematica damnatio memoriae

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Eppure Ivan Istochnikov non è mai esistito.

La trovata geniale e provocatoria del fotografo Joan Fontcuberta sta proprio in questo: manipolare lo spettatore mostrandogli le prove (fasulle) di una manipolazione. Il nome del cosmonauta è inventato, le fotografie nello spazio sono photoshoppate, i presunti oggetti recuperati dalla navicella sono anche quelli dei falsi creati ad hoc per la mostra. Eppure lo fa talmente bene da ingannare praticamente tutti (pare ci siano cascati anche diversi giornalisti…) e se ci si accorge del “trucco” viene da pensare, con un misto di amarezza e ironia, che l’esperimento è davvero riuscito: che lo facciano organi di potere, media o istituzioni museali, l’informazione è costantemente plasmabile e soggetta ad interpretazioni.

Per motivi diversi, entrambe le mostre sono molto “dense”: entrambe godibilissime e impressionanti, entrambe spingono a riflettere sul cambiamento, che mi pare appunto un grande tema della fotografia industriale. Il fatto che siano anche ad ingresso gratuito e che vi permettano brevi incursioni nei palazzi storici più belli di Bologna sono altri ottimi motivi per non farvele scappare!

Per informazioni, orari e sedi espositive, date un’occhiata qui.

 

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