Il Museo più strabiliante del Mondo (zingarate parmensi – parte I)

“E noi amici gli dicevamo sempre – Ettore ma guarda che qui tu stai facendo un’impresa grande! – e lui mica ci credeva! Però poi dopo, quando ha iniziato a venire la gente a casa a portargli roba, quando hanno iniziato a venire i professori a discorrere con lui, e gli artisti, e gli scrittori, e i laureandi…allora poi sì, che ha cominciato a crederci…” A parlare, con la voce a tratti arrochita dai ricordi, è un signore sulla settantina, barba grigia, occhiali tondi e un basco schiacciato sulla testa, e oggi ci fa da guida al museo più strabiliante che io abbia mai visto, la Fondazione Ettore Guatelli.

Ci arriviamo quasi per caso la scorsa domenica, fine Ottobre, nel nostro vagabondare zingaro attraverso la campagna parmense; non è un posto conosciuto, sonnecchia all’ombra di destinazioni più note che si trovano poco distante, come i castelli di Felino e di Torrechiara. Non abbiamo aspettative particolari, ma ci basta uno sguardo ai container straripanti di oggetti e alla vecchia rimessa convertita in museo all’aperto per intuire che stiamo per vedere qualcosa di unico…

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La storia é in breve questa:
Ettore Guatelli, maestro elementare e figlio di mezzadri di Ozzano Taro , all’inizio degli anni ’50 comincia a curiosare tra i magazzini dei rigattieri dell’Appenino e tra una compravendita e l’altra nasce in lui un’idea: “salvare” gli oggetti dall’oblio per ridare loro nuova vita e dignità in una collezione ordinata che comprendesse…praticamente qualsiasi cosa! Prende il via da quel momento un percorso di raccolta e catalogazione durato quasi 50 anni (muore nel 2000) che lo porta a raccogliere oltre 60.000 oggetti in quello che era il granaio di famiglia e nella sua stessa casa, in un intricato dedalo di stanze e stanzini che accolgono ogni genere di attrezzi e strumenti, camere da letto farcite di orologi, soffitte tappezzate di scatole di latta. Ogni centimetro di spazio disponibile è diventato uno spazio espositivo per quello che Ettore avrebbe poi chiamato “Museo dell’ovvio e del quotidiano”.

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Impossibile descrivere il contenuto e la complessità di ogni ambiente; la parte forse più impressionante si trova al primo piano dell’ex granaio : una stanza luminosa dove sono disposti, secondo un ordine stabilito e ripreso più volte dallo stesso Ettore, tutti gli attrezzi legati all’agricoltura: vecchi vomeri, torni, falcetti, martelli, lame riadattate e persino oggetti che hanno avuto poca fortuna come “lo spannocchiatore”. Oltre all’incredibile quantità di strumenti, quello che sorprende è la disposizione: tutto è allestito come una moderna installazione d’arte, gli oggetti appesi alle pareti formano figure geometriche e forme particolari, rombi, quadrati, spirali, in una composizione armoniosa e quasi surreale, tanto che il museo è ed è stato oggetto di studio da parte di artisti di fama internazionale (Boltanski, tanto per citarne uno), professori d’arte e persino di qualche stilista ha ripreso le “composizioni Guatelli” per riprodurle su tessuto.

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Altre sale altrettanto strabilianti:

  • quella dei Giochi: immaginatevi un secolo di giocattoli in una stanza; dai vecchi aeroplanini agli strumenti musicali per bambini, fino ai pupazzetti realizzati da Ettore negli ultimi anni di vita con pezzi d’osso e legno. Curiosissimo un vecchio gioco da fiera di paese: una valigia che una volta aperta diventava il palcoscenico su cui si muovevano delle figurine animate meccanicamente a ritmo di musica.IMG_2749
  • quella degli Orsanti e degli ammaestratori di scimmie, dove sono esposti i corredi e i costumi di scena degli animali, i poster che pubblicizzavano gli spettacoli promettendo meraviglie, e persino una scimmia fatta imbalsamare alla sua morte dal proprietario, con tanto di specchietto tra le zampine (il suo gioco preferito, pare…). Anche se ai nostri occhi questo lavoro appare una barbarie e una tortura, è curioso sapere che fino ai primi anni ’50 era un’occupazione molto in voga tra gli abitanti della zona, che non trovando di che vivere nelle loro campagne, intraprendevano il mestiere di addestratori di scimmie ed orsi e partivano a cercare miglior fortuna nelle fiere nazionali ed estere.IMG_20171029_120039290_HDR
  • la stanza delle scatole di latta, allestita in quella che era la soffitta della casa di Ettore, stanza dove tra l’altro sono nati lui e i suoi fratelli. Entrando si viene travolti dall’esplosione di colori, forme e dimensioni di centinaia e centinaia di scatole, per la conserva di pomodoro (altra produzione tipicamente locale), per i biscotti, i dolci, il tonno, in un tripudio che quasi stanca gli occhi.IMG_2824

L’oggetto che mi ha commosso di più è invece una sassola (quella sorta di grosso cucchiaio in legno che serviva per misurare e raccogliere la farina): una vecchia umilissima sassola tutta rattoppata, aggiustata più volte da mani diverse. Forse per la gentilezza con cui la nostra guida la reggeva, forse per come ce l’ha raccontata, mi è parso che soprattutto lì fosse racchiuso lo spirito di Ettore, la sua filosofia: persino un vecchio oggetto rammendato porta con sé un valore inestimabile, che è la memoria delle mani che lo hanno costruito, toccato, rappezzato, delle generazioni che se lo sono tramandato, dei suoi diversi usi nel tempo, delle vite a cui è sopravvissuto.
Mi ha molto colpito sentire che Ettore non si sposò mai, ma mi viene da pensare che abbia coltivato un amore diverso e certo non meno nobile, che pervade tutti gli ambienti in cui ha vissuto e lavorato e che trapela dai racconti dei suoi amici, che fanno appunto da guide al museo e parlano di lui come se fosse ancora lì, nella stanza accanto, pronto a venirci incontro e prendere la parola.IMG_2783

Non posso né voglio dirvi di più, primo perché sarebbe come riassumere Il Signore degli Anelli in poco meno di 1000 parole e secondo perché spero che così vi rimanga la curiosità di vederlo (è a un’ora e mezza da Bologna!). Informazioni, indirizzo e orari di visita li trovate qui.

Se invece l’avete visto sono molto curiosa di sentire le vostre impressioni 🙂
Vi lascio con le bellissime parole con cui Pietro Clemente parla di Ettore e della sua impresa:

“Ettore non sapeva che la sua passione era il museo, perché prima si chiamava curiosità per gli uomini, e curiosità infinita per le donne, poi si chiamava scrittura, anche poesia, e la sua vera passione gli era come nascosta. Poi la sua passione fu per le storie della gente […] per le diversità delle storie, per l’umiltà e la semplicità dismessa, per i saperi e l’inventiva grande di gente che non aveva lasciato memoria, per gli oggetti minimi, riusati, rattoppati, fu animato da tanta passione da venir definito un suor Teresa delle cose, e così che il museo che infine fece fu considerato un Louvre contadino, una cattedrale gotica su una civiltà inabissata.”

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© Photocredit immagine copertina: bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

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