Impressioni di periferia

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La periferia di Bologna ha una sua bellezza scomposta, come una ciocca di capelli che sfugge a un’acconciatura perfetta. E’ in quel dettaglio che da principio noti distrattamente, ma che poco alla volta ti sedimenta dentro e si prende il suo spazio :

è un negozio di ferramenta che resiste da generazioni,

un vecchio cinema che trovi sempre semivuoto,

una fabbrica abbandonata che diventa tela su cui inventare mondi

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l’odore del ragù che ti solletica il naso mentre passi davanti a certe palazzine

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le rose nei giardini dei condomini, che non sanno mai che stagione è e così per sbaglio fioriscono anche a Dicembre

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le badanti appollaiate come chiocce sulla solita panchina, la domenica mattina, a scambiarsi chiacchiere e polemiche

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Sono note a margine, storie piccole in una città che si sta sempre più aprendo verso l’esterno, e che sarebbe bello ma utopistico pensare di proteggere dalla massificazione. E’ proprio in queste piccole storie di periferia che cerco, e trovo, le tracce di un passato che come un maglione liso allarga le sue trame lasciando scivolare via irrimediabilmente pezzi di memoria; allora mi dico che bisogna afferrarli in fretta, questi stralci di vita e raccogliere foto e pagine di giornali, non stancarsi di fare domande, imprimere nella mente voci e luoghi.

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Bar Topolo: un bellissimo scatto vintage di Linda Lolli

Insieme al passato fiuto anche le impronte del presente che incombe, che dà nuove forme e nuovi volti alla città; a volte imbruttendola e rendendola più spaventosa, è vero, ma per l’amore che le porto sto imparando ad amare anche le sue cicatrici: sotto quella patina di trascuratezza, brutture architettoniche, la pericolosità di certe strade e quartieri scorgo in continuazione fotogrammi di vita da salvare: un prato spelacchiato che diventa campo da calcio per bambini di etnie diverse; un angolo di strada dove nasce, coraggioso, un piccolo laboratorio creativo; un microscopico angolo di verde pubblico curato da volontari.

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E credo che paradossalmente alcune cicatrici le lascerei, sulla pelle stanca e ruvida di questa periferia, vorrei vederle diventare storia, imprimersi più a fondo nel tessuto e nella memoria urbana, anche quando sono un marchio di infamia o il doloroso ricordo di una sconfitta. Penso a quei giganti abbandonati che sono il complesso di Casaralta e della Ex Manifattura Tabacchi (ora in fase di riqualificazione): malinconici relitti terrestri che vorrei veder diventare museo della loro stessa storia, raccontare di sé e delle vite che li hanno attraversati, di come Bologna è cambiata con e grazie a loro.

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Quando Casaralta era uno stabilimento militare. Foto: http://www.storiaememoriadibologna.it

Spesso, mentre passeggio per i quartieri periferici, ripenso a una persona incontrata qualche anno fa durante un viaggio in Vietnam: una vecchina completamente senza denti che sorrideva in continuazione e senza vergogna. Ecco, per me la periferia di Bologna è questo: un sorriso aperto e sdentato, una grazia malconcia e vissuta, in fondo un viaggio fatto di impressioni.

 

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